Descrizione
Che cosa del passato è così importante da dover rimanere nella memoria per sempre? In quali ricordi si trovano custoditi i fondamenti della nostra identità? In quale modo la coscienza di sé permette alla collettività e ai suoi membri di percepirsi come unità? La rappresentazione della Quarta guerra d’indipendenza ha un comune denominatore, la morte di una generazione perduta di figli, mariti, padri e fratelli. Già nel 1919 fu un incessante proliferare nelle piazze e nei piccoli centri come nelle grandi città di monumenti funebri e lapidi di ricordo dei caduti tra fierezza e angoscia: un cordoglio di massa alla guerra di massa combattuta da cittadini-soldati. Occorreva allora e occorre oggi che quella guerra abbia un senso e che si componga un racconto legittimato e accettabile. Esso è quello di “rifondazione” della patria, di una nuova Italia. L’ultima guerra si veste della sacralità nell’ambito di una identità nazionale ritrovata, di un patriottismo esteso dalle élites alla massa dei neocittadini: la sacralità di una religione civile come mito postumo. Ecco quindi che nel momento in cui il Vittoriano diventa veramente Altare della patria con la deposizione del milite ignoto, Aquileia diventa l’alter ego: il luogo del Cimitero degli Eroi come luogo del racconto dell’epos popolare in cui riposano i dieci “fratelli” del soldato sconosciuto, e Colle Sant’Elia-Redipuglia diventa il luogo più noto ed evocativo – il Carso – in cui s’è persa una generazione.





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